Ascoltare la storia della nascita di Girandolo e sentir parlare Stefania Omodeo dei pregi del legno di pioppo mi ha fatto pensare al mio primo Pinocchio (se Collodi avesse conosciuto Stefania forse il burattino avrebbe avuto una mamma invece del babbo!), e scoprire che dietro l’enigmatico e prezioso sorriso della Gioconda batte un cuore di legno di nome Populus. Ma partiamo da Girandolo: un seggiolone che diventa un gioco e anche una piccola opera d’arte progettato da una mamma designer dallo spirito ‘maker’ decisamente contagioso.

Stefania, ci racconti come è nata l’idea di Girandolo?

Ho progettato Girandolo per mia figlia Sofia, per rispondere a un’esigenza della mia famiglia. Allora abitavo in una casa piccolissima e avevo un seggiolone classico. Dato l’ingombro dell’oggetto, cominciai a pensare che sarebbe stato interessante utilizzarlo in più momenti della giornata e per funzioni diverse. Con i bambini piccoli si ha sempre l’esigenza di dare loro qualcosa con cui giocare e mia figlia non faceva che prendere i giochi dalla sua camera e portarli in cucina, per non restare da sola. Così ho pensato di costruirle un oggetto “d’uso comune” tutto suo, utile durante i pasti per mangiare, ma anche per disegnare, sedersi, dondolarsi…

Dalla forma decisamente originale, come ci sei arrivata?

Mi sono ispirata a un gioco visto a casa di amici: un banchetto che, capovolto, diventava un dondolo. Ho pensato che se avesse avuto anche la funzione di seggiolone, sarebbe diventato un oggetto in grado di rispondere a più bisogni primari. L’idea era di progettare una forma totipotente con una funzione precisa, ma che all’occorrenza si prestasse a diventare “altro”. Una mini Ducati elettrica, difficilmente potrà diventare una barca, un teatrino, un banco del mercato…

Come hai scelto il materiale di Girandolo?

Girandolo è sempre stato pensato in legno. Credo che sia bene offrire ai bambini materiali naturali. Il legno, a differenza della plastica, è un materiale vivo: si trasforma col tempo, cambia colore, ha un suo profumo, conserva le tracce dell’uso che se n’è fatto.

Il primo Girandolo è stato realizzato in tavolato di pioppo massello. Quando ho deciso di produrlo in multipli, per contenere i costi senza rinunciare alla scelta del massello e dell’essenza, ho fatto lunghe ricerche e alla fine ho trovato una segheria, in Veneto, che produceva pannelli lamellari in massello di pioppo a lista intera, assemblati con collanti privi di formaldeide. Non il pioppo bianco, senza venature, che ci stiamo abituando a vedere (ahimè!), ma il pioppo dei mobili dei nostri nonni, un legno chiaro con venature di colore e ampiezza variabile, talvolta marezzate, di grande bellezza.

Perché proprio il pioppo?

Mi serviva un legno leggero, per ragioni di sicurezza. Inoltre, volevo utilizzare un’essenza locale, per ridurre le movimentazioni di materie prime e garantire una filiera corta di produzione, e poi cercavo un materiale a basso costo, per garantire l’accessibilità del prezzo, un argomento che mi è molto caro. Quale scelta migliore di un albero che si chiama Populus? Lo stesso legno scelto da Leonardo per dipingere la Gioconda!

Ci vuoi dare qualche dettaglio tecnico di Girandolo?

Girandolo è tagliato a controllo numerico direttamente in segheria e rifinito a mano. Seguo direttamente il processo di finitura, confezionamento e spedizione, oltre, naturalmente, alla comunicazione e la promozione. In questo modo riesco a contenere i costi di vendita al pubblico, anche se, chiaramente, non è possibile allinearli ai prezzi di multinazionali come IKEA che, grazie alla delocalizzazione della produzione, hanno costi di manodopera… diversi.

Ci sono due tipi di finitura: la finitura ad acqua, che consente di decorare Girandolo con ogni tipo di prodotto; e la finitura ad olio che rende l’oggetto impermeabile e non verniciabile. Le vernici che uso, tutte a marchio Solas, sono prodotte in Italia esclusivamente con materie prime vegetali e minerali.

Per semplificare il montaggio e la sostituzione di pezzi di ricambio, ho creato i componenti interni identici a due a due (due ripiani quadrati, due listelli piatti, due bastoni) posizionando gli elementi di fissaggio in modo da renderli intercambiabili. L’imballaggio piatto, inoltre, permette di ridurre l’ingombro dell’80%, con notevoli risparmi su imballo, spedizione e immagazzinamento.

Dopo quello realizzato per tua figlia, quando hai intrapreso la produzione di Girandolo?

Il Girandolo che ho costruito per mia figlia risale al 2001, solo dieci anni più tardi ho deciso di metterlo in produzione, dopo aver effettuato alcune migliorìe e svariati test di sicurezza. La prima presentazione ufficiale è stata organizzata alla Scuola Steineriana di Milano, nel dicembre del 2011.

Qualche mese più tardi è stato presentato al Fuorisalone di Milano, nello spazio di design per bambini KidsRoomZoom! Poi, su invito degli organizzatori, è arrivato al Pitti Bimbo di Firenze, al SANA di Bologna, a Torino in più occasioni: per Operae, Paratissima Design, e a FaLaCosaGiusta; infine al Kind + Jugend di Colonia, la principale Fiera internazionale dedicata all’infanzia, nel padiglione del design innovativo.

Ci parli della tua formazione?

Mi sono diplomata all’Istituto d’Arte di Acqui Terme nella sezione “arte del legno”; ogni settimana avevo dieci ore di laboratorio di falegnameria e come insegnante un eccellente falegname che mi ha trasmesso passione e competenze. Poi sono passata alla Scuola Politecnica di Design di Milano, una straordinaria occasione per incontrare grandi maestri, dai quali ho appreso l’importanza della ricerca formale e di senso, e il valore dell’essenzialità.

Il progetto basato sull’originalità dell’idea in quanto tale, non mi interessa. Io inizio a progettare quando percepisco un’urgenza, quando sento che manca qualcosa di cui la collettività potrebbe avere bisogno. E non quando il bisogno è provocato da scaltre operazioni di marketing!

Come sono nati i Giretti?

Dagli scarti del Girandolo. Un unico taglio sghembo, quattro fori, e lo scarto diventa un Giretto Viaggiante (nome ispirato alle Sculture da viaggio di Munari) da levigare, assemblare, inchiodare, trasformare..

I Giretti, imbustati con il kit di cartavetro, colla e ruote, sono stati creati per spingere grandi e piccoli a far da sé, divertendosi. Ad appropriarsi dei materiali, a liberare la creatività che tutti abbiamo. Ora in cantiere ci sono i Giretti Aiutanti, ma ne parleremo la prossima volta!

Ci parli del progetto GIRandART?

Trovo che Girandolo sia un oggetto che si presta ad essere decorato; quando ho capito che non avrei mai trovato il tempo per farlo personalmente, l’ho proposto ad amici grafici, pittori, illustratori. I risultati sono stati molto interessanti, così è nata l’idea di creare piccole esposizioni di Girandoli d’Autore, dando vita al progetto GIRandART. In futuro mi piacerebbe creare una vetrina interamente dedicata alle opere realizzate, ed estendere il progetto anche ad altri artisti.

Ma GIRandART non è l’unica iniziativa dedicata al design autoprodotto che hai promosso negli ultimi mesi: ci racconti l’esperienza del Temporary Shop di Asti?

A maggio dello scorso anno ad Asti abbiamo creato Officina Nomade, un’iniziativa che ha coinvolto designer, artigiani e artisti, tutti autoproduttori. I proprietari di alcuni negozi del centro storico di Asti, chiusi da tempo (immagine triste e sempre più diffusa in tutta Italia), ci hanno offerto gratuitamente i loro spazi per un mese. Abbiamo allestito i locali con gli oggetti autoprodotti e abbiamo abbinato all’esposizione un calendario di laboratori di attività manuali per adulti e bambini, coordinati dagli stessi autoproduttori. Abbiamo avuto l’officina della lana, del cotone, del legno, dei metalli, dell’argilla ecc...

Che esperienza è stata?

Un’esperienza molto stimolante che vorremmo ripetere anche in altre città. Sono convinta che proprio iniziative del genere siano necessarie per alimentare la rete di persone impegnate nell’autoproduzione e per stimolare nuovi modelli di sviluppo economico e sociale. Per non parlare poi della possibilità concreta di rivitalizzare i centri storici delle nostre belle città con progetti culturali e creativi. Si può fare, l’importante è non disperdersi e continuare a lavorare insieme.

Anna D'Amico

 

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