All’inizio del ’900 il fumettista danese R.S. Petersen scrisse: “Fare previsioni è molto difficile, soprattutto sul futuro.” Ad un secolo di distanza questa battuta è oggi ancora più pungente perché nel frattempo è aumentata la rapidità stessa con cui avvengono le innovazioni scientifiche, tecnologiche, sociali e umane in senso lato. In pratica la società cambia più velocemente della nostra capacità di descriverla e darle senso. Fino al punto che abbiamo difficoltà anche a interpretare coerentemente gli eventi del presente, perché le parole ed i concetti che utilizziamo sono nati in un’epoca passata e funzionano sempre meno per analizzare i nuovi livelli di complessità che emergono ogni dove.

È per questo che Marina Gorbis introduce il suo ultimo libro, The Nature of the Future: Dispatches from the Socialstructed World (FreePress, 2013), chiedendoci di fare un esercizio mentale ispirato alla sua personale esperienza di immigrata negli USA. Ci propone di considerare il futuro prossimo come un paese straniero di cui ancora non comprendiamo bene la lingua e le tradizioni. I valori e la conoscenza che ci portiamo dietro dal passato sono importanti, ma dobbiamo capire come possono adattarsi in un luogo con nuove regole e nuovi ritmi.

Nel territorio metaforico in cui la Gorbis ci invita ad entrare troviamo due neologismi con i quali è necessario fare subito amicizia. Il primo è amplified individual: indica la natura dell’essere umano “amplificato” dalla tecnologia, dall’intelligenza collettiva e dall’appartenenza a innumerevoli reti sociali. Il secondo è socialstructing: una parola-macedonia che indica il processo di creazione di una economia fondata sui valori personali e relazionali, in cui i social network sono di fatto la struttura portante.

Socialstructing

Nel futuro prossimo gli individui amplificati dall’ubiquità della tecnologia costruiranno senso esistenziale e valore economico in contesti social-strutturati.

Di fronte ad una introduzione di questo tipo è del tutto normale rimanere spaesati. Ma se continuiamo l’esercizio di immaginarci immigrati nel mondo socialstructed, nei capitoli successivi l’autrice ci accompagnerà attraverso decine di esempi concreti che puntano tutti nella stessa direzione: verso una società decentralizzata e non più controllata in modo piramidale dall’economia classica; in cui la scuola, la ricerca scientifica, la partecipazione politica, la gestione della propria salute, il lavoro e molti altri aspetti della nostra vita saranno gestiti “dal basso” attraverso complesse interconnessioni dinamiche tra social network. In molti contesti la moneta tradizionale perderà progressivamente capacità di veicolare valore e l’accumulo di denaro non basterà più a motivare il lavoro delle persone. Come già oggi cominciamo a intuire osservando fenomeni come Shareable, CouchSurfing, Neighborgoods, Landshare, RelayRides, 65hours (e l’elenco è ancora molto lungo) il valore del possesso sta diventando meno importante del valore della circolazione. Molte persone iniziano a dare/prestare ad altri ciò che possiedono (oggetti, tempo, conoscenza, aiuto) non per generica bontà, ma perché attivano in questo modo un “baratto sociale”: con le loro azioni acquistano reputazione, fiducia e senso di appartenenza nella fitta rete di comunità sociali (virtuali e reali) in cui si muovono.

La reputazione e la fiducia diventano vere e proprie monete da “spendere” su mercati paralleli in cambio di senso esistenziale; e una delle sfide del prossimo futuro sarà proprio capire come far coesistere sistemi di valore così lontani tra loro.

Dispacci dal futuro

Per aiutarci nell’articolato percorso di analisi, la Gorbis ha inoltre inserito nel testo quattro racconti ambientati nel 2021. Li chiama “dispacci dal futuro” e mostrano una simulazione verosimile della quotidianità di quattro personaggi che operano in contesti socialstructed. Come se noi oggi potessimo scrivere agli abitanti del 2003 e raccontar loro che Wikipedia è una enorme enciclopedia scritta gratuitamente dai suoi lettori, che Kickstarter è un sito dove migliaia di microdonazioni possono finanziare la spedizione di un telescopio spaziale, che la carta stampata è quasi morta per colpa dei blog e che le rivoluzioni nei Paesi arabi esplodono anche grazie a Twitter. Nel 2003 le premesse per queste novità c’erano tutte, ma i noi stessi di dieci anni fa farebbero fatica a crederci.

Nel primo “dispaccio dal futuro” uno studente di architettura si organizza da solo il piano di studi con strumenti sociali simili ai MOOC, sceglie un tutor in base alla sua reputazione su di una piattaforma apposita, partecipa a lezioni gestite in MeetUp e svolte in in giro per la città con strumenti di realtà aumentata.

Nel secondo scopriamo che la California ha riformato il suo sistema di governo nelle modalità della “democrazia liquida”: i cittadini sono chiamati ad esprimere continuamente la loro opinione in consultazioni di ogni livello, il proprio voto su alcuni temi specifici può essere delegato a una persona di fiducia, i rappresentanti sono sorteggiati casualmente e rimangono in carica per un breve periodo, immense moli di dati sono costantemente e pubblicamente raccolte, analizzate e messe a disposizione di ognuno per poter pesare i propri giudizi sulla cosa pubblica.

Nel terzo un gruppo di ricercatori organizzano una raccolta di fondi per lo studio di un batterio responsabile di molte malattie, ma non si rivolgono solo alle grandi istituzioni. Usano tecniche di storytelling per spiegare a tutti i cittadini il loro lavoro, che è organizzato per permettere a chi lo desidera (istituti, colleghi, appassionati) di partecipare donando denaro, tempo, servizi.

Infine assistiamo al colloquio di un paziente col suo medico di famiglia. Tutti i parametri vitali del paziente sono costantemente monitorati da dispositivi invisibili e interconnessi. In questo modo complesse serie di dati personali sono sempre disponibili per il medico e il suo assistente Watson, i quali calibrano la cura e la prevenzione in collaborazione attiva con il paziente. Il loro rapporto non è più “paternalistico” ma di “gestione partecipata” della salute fisica e psicologica.

Socialstructure in Italia?

Questi racconti offrono un filo rosso per inquadrare l’evoluzione di una lunga serie di esempi già oggi esistenti ma che presi singolarmente potrebbero sembrare isolati e marginali. Elencarli qui tutti è impossibile, ma possiamo fare un nostro esercizio per constatare che l’analisi della Gorbis è applicabile anche all’Italia.

Prendiamo Maketank.it: tecnicamente è un marketplace, un normale sito di e-commerce dove comperare prodotti. Se lo guardiamo con attenzione scopriamo però che non assomiglia a negozi come Amazon, ma molto di più a piattaforme come Etsy. E forse anche più di Etsy ha le caratteristiche di un servizio socialstructed.

Innanzitutto perché è un punto di contatto tra il “valore monetario” e il “valore sociale”: dietro allo scambio commerciale tra denaro ed oggetti vi è una fitta rete di economie basate sul senso, sull’appartenenza alla comunità “maker”, sulla reputazione e in generale su tutti i valori fondanti della “società della conoscenza”. Gli oggetti sul marketplace possiedono una storia articolata, vengono da constesti specifici, sono collegati al vissuto e alla passione costruttiva di chi li ha fatti.

In secondo luogo MakeTank, collaborando con gli hackerspace, i FabLab e altri centri di creazione e formazione, agisce come uno strumento di “amplificazione degli individui”. Gli amplified individual descritti dalla Gorbis sono persone che hanno accesso a enormi quantità di informazioni e possono realizzare autonomamente idee e prodotti che per la loro complessità fino a pochi anni fa erano prerogativa solo di grandi istituzioni e grandi aziende. E via MakeTank possono raggiungere direttamente i possibili acquirenti senza intermediazione ed eventualmente creando anche un rapporto di amicizia tra compratore e produttore.

Con esempi come questi è più facile immaginarci anche l’Italia nel 2021 popolata da migliaia di micro-attività produttive socialstructed, finanziate attraverso crowdfunding e basate sulla condivisione di idee a livello planetario, sulla personalizzazione spinta di ogni prodotto, sulla ricerca scientifica peer-to-peer e tutte le novità sociali previste in The Nature of the Future.

 

Michele Federico

è un sociologo di formazione, ma con anima eclettica. Da sempre è appassionato di tecnologia e comunicazione della scienza in tutte le sue declinazioni, anche quelle più esotiche. Da poco ha conosciuto l'universo "makers" e si è innamorato dei suoi protagonisti. Ha così scoperto che i FabLab e gli hackerspace sono i luoghi più belli del mondo, al punto da volerne aprire uno specializzato in divulgazione scientifica. Su Twitter è @cinemich

 

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