La nostra esperienza dei mattoncini LEGO è intrinsecamente legata alla creatività: da piccoli abbiamo creato mondi interi con dei mattoncini di plastica, arrivando a oggetti e scenari personalissimi, slegati dallo schema iniziale dei kit di partenza. Questa sensazione di creatività non era dovuta solo a noi, con i mattoncini nel ruolo di strumento passivo e buono come qualsiasi altro: è proprio il giocare con i mattoncini che stimola fisiologicamente il pensiero creativo, e a qualunque età e in qualsiasi ambito. Su questa constatazione è nato un approccio al brainstorming di gruppo (e non solo) basato sull'utilizzo di kit specifici di mattoncini, che prende il significativo nome di Lego Serious Play (LSP). In Italia uno dei appassionati esperti di LSP è Patrizia Bertini, ricercatore presso la ESC Rennes e Facilitatore LEGO Serious Play certificato: con lei abbiamo approfondito il tema dell'uso di LSP nei processi creativi.

by Olaf Lewitz, courtesy of StrategicPlayroom

Puoi descriverci in sintesi come è nato l'approccio LSP?

Esiste una strettissima relazione fra mani e cervello: le mani sono connesse con il 70-80% delle nostre cellule cerebrali. Sfruttando queste connessioni neurali attraverso la costruzione materiale di un artefatto, che stimola simultaneamente mani e cervello, è possibile sollecitare il pensiero creativo. Questo è il principio che alla fine degli anni ‘90 ha portato allo sviluppo di LEGO Serious Play: il metodo si basa sulle concezioni teoriche di Johan Roos e Bart Viktor, dell’IMD di Ginevra, ed è stato poi elaborato nella forma attuale da Robert Rasmussen, all’epoca direttore dello sviluppo di prodotto per il mercato educational presso LEGO. LSP ha lo scopo di riunire attorno a un tavolo persone che lavorano nella stessa organizzazione, o di diverse organizzazioni ma che stanno per affrontare progetti comuni, per aiutarle a chiarire gli obiettivi strategici e creare un team che condivida identità e valori. Nei workshop LSP si innesca un processo collaborativo a prescindere dal ruolo e dalle competenze dei partecipanti: la condivisione delle conoscenze e degli obiettivi agisce come fattore motivazionale sui singoli e sul gruppo, mentre il modo in cui si attivano aree del cervello attraverso la manipolazione dei mattoncini fa emergere idee innovative.

Nella pratica, come funziona un workshop LSP?

I partecipanti vengono guidati da un "facilitatore" in una serie di attività di costruzione e narrazione: si iniziano a costruire modelli individuali, definiti in base agli obiettivi del workshop, che saranno poi condivisi con i partecipanti. Attraverso vari esercizi si arriva alla costruzione di un modello condiviso, o di scenari complessi, che aiutano a riposizionare il ruolo di ciascuno o dell’organizzazione e a determinare le priorità e le aree strategicamente forti e quelle migliorabili. Attraverso gli esercizi e il gioco si prendono decisioni operative e si definiscono priorità. Costruendo modelli i partecipanti creano metafore che rappresentano le proprie prospettive e opinioni: il modello LEGO funge da medium e permette un elevato grado di coinvolgimento di tutti. L’interazione infatti si focalizza sul modello, consentendo di superare le barriere istituzionali (ruoli, anzianità, responsabilità...) e permettendo un’interazione libera dalle restrizioni sociali abituali. Tutti i partecipanti sono direttamente coinvolti nelle dinamiche di negoziazione e di definizione di strategie e idee.

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Quali sono secondo te i principali vantaggi del LSP applicato al brainstorming creativo, ad esempio nel settore dei designer e/o della produzione?

Costruendo modelli tridimensionali si utilizzano entrambe mani, la destra comandata dall’emisfero sinistro e la sinistra comandata dall’emisfero destro. Ciò significa che stimolando contemporaneamente entrambe le mani attiviamo simultaneamente entrambi gli emisferi cerebrali e quindi siamo in grado di riflettere, fare connessioni e concettualizzare a un livello completamente diverso. Quando ci liberiamo delle convenzioni linguistiche e sintattiche, ciò che resta è pura astrazione e concettualizzazione, creatività. Il fatto che il metodo si basi sullo storytelling, il raccontare storie, la metafora, fa sì che nell’atto di spiegare il modello, l’autore - che è sempre l’unico autorizzato a interpretare l’artefatto - instauri processi creativi nuovi nei modi e nelle espressioni. Pensare con le mani, lasciando la spiegazione e la "razionalizzazione" di una costruzione a posteriori, è un esercizio creativo estremamente stimolante, capace di far emergere connessioni latenti che risultavano anestetizzate dall’abitudine di dover sempre giustificare aprioristicamente qualsiasi cosa. La totale libertà espressiva e il contesto di gioco in cui si incontrano - e non si scontrano - le differenze dei partecipanti permettono una condivisione di conoscenza e prospettive, che si amalgamano e confluiscono verso la definizione di qualcosa di nuovo.

La creatività, quindi, come condivisione?

L’errore che più spesso si commette, quando si parla di creatività e di innovazione, è focalizzarsi sul risultato: sul prodotto o sul servizio. Ma l’innovazione non è risultato fine a se stesso, emerge da processi che si focalizzano sull’analisi dei bisogni. Ed è proprio qui che LSP, essendo un processo che costruisce e analizza il cuore di un’organizzazione o di un gruppo di persone chiamate a lavorare insieme, diventa illuminante. Se si continua a trascurare il capitale relazionale e sociale, quello fatto dalle relazioni e dalle dinamiche di gruppo, si perde la vera ricchezza di un’organizzazione: le idee nascono dalle differenze e dalla condivisione. L’eccessivo focus sulla singola risorsa umana, staccata dal contesto relazionale, oggi non serve, è superato: una persona creativa e capace, anche la miglior risorsa umana sul mercato, in un contesto relazionale inappropriato non sarà in grado di sviluppare il suo potenziale. Ed è proprio capitalizzando relazioni, dinamiche sociali, processi e analisi delle esigenze che possiamo fare creatività. Altrimenti non faremo che reiterare modelli industriali obsoleti e immaginare che l’obiettivo sia produrre qualcosa, invece di considerare i processi come lo strumento del cambiamento.

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Come giudichi l'adozione di LSP in generale e in particolare da noi in Italia? Hai qualche esempio che ritieni rilevante?

Sebbene LSP sia stato lanciato oltre 10 anni fa, nel 2002, il metodo in Italia ha ancora un limitato numero di praticanti e appassionati. Ci sono facilitatori che hanno conseguito la certificazione e lo usano come strumento tra i tanti, cercando di assecondare le esigenze dei clienti. È un metodo che ha un potenziale enorme. Nel mio sperimentare, ho preso il metodo e l’ho adattato alle esigenze più insolite, proprio perché una cosa è la metodologia definita e applicata alla lettera, altro è conoscere la metodologia al punto da volerla portare ai limiti e testare in ogni sua dimensione. Sto lavorando su questo con il dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara. Abbiamo fatto dei workshop focalizzati sul team building applicati alla didattica per insegnare ai futuri professionisti cosa significhi lavorare in team, con risultati oltre le nostre aspettative e quindi stiamo ora lavorando a nuove sperimentazioni e proponendo insieme questo approccio anche per le aziende. Il punto di contatto per gli interessati può essere B4Bricks. Personalmente, a livello aziendale ho lavorato più con team internazionali che non italiani. Certamente in un momento come quello attuale, in cui si parla tanto di innovazione ma si dialoga sempre meno, affossati nelle gerarchie, portare un’esperienza come quella di LSP all’interno di un’azienda significa prima di tutto accettare il rischio che qualcosa finalmente... cambi! Il punto è capire se davvero si è pronti al cambiamento. Se sì, questa è una via.

Partendo dalla teoria iniziale hai applicato LSP anche alle interviste: in concreto come funziona una LEGO-intervista?

L'intervista si basa su un'unica domanda iniziale a cui l'intervistato non deve rispondere a parole, bensì costruendo un modello tridimensionale con particolari kit LEGO. Durante la fase di costruzione non gli è permesso di parlare al giornalista ed è letteralmente abbandonato alle proprie riflessioni e all'attività con i LEGO: si astrae e inizia a connettere idee e concetti attraverso l'uso dei LEGO creando metafore e correlazioni fisiche (dei mattoncini) e concettuali. I modelli concettuali e materiali che scaturiscono da questo processo sono una rappresentazione unica e originale della visione dell'intervistato.
L'interazione fra giornalista e intervistato avviene attraverso il modello, che assume un ruolo strategico fondamentale: è un'estensione dell'intervistato stesso. Il giornalista indaga il modello e facendo parlare l'intervistato del modello ottiene un grado di collaborazione e apertura difficilmente raggiungibile nelle interviste tradizionali. L'intervistato percepisce il modello come una difesa: non ha la consapevolezza che il modello è un'estensione e una rappresentazione di sé, si sente protetto dalla presenza del modello e si abbandona a riflessioni, considerazioni e analisi che difficilmente sarebbero scaturite in contesti tradizionali.Il metodo è stato testato con successo in contesti differenti: fra gli attivisti dell'Occupazione a St. Paul a Londra nel 2011, nei campi profughi palestinesi, con attivisti israeliani, sionisti, attivisti palestinesi, giornalisti, professionisti, musicisti... Parte delle interviste sono state pubblicate sul blog Legoviews.

Credit foto (dove non specificato): legoviews.com

 

 

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