Troy Robert Nachtigall è cresciuto negli anni ’70 nel Wyoming, dove ad una sagra di paese ha vinto per quattro anni di seguito il premio “Miglior ortaggio in scatola della contea” (nella categoria bambini). Ma ha anche vinto il concorso indetto da “Fashion Review” nel 1993 presentandosi in un abito di sua ideazione, nero e viola senza rever, ad una fiera di paese in cui la massima espressione dello stile era il satin. Era evidente che Troy era destinato a trasferirsi in luoghi più modaioli quali New York, Parigi o… Fucecchio.

Fucecchio è una piccola cittadina Toscana a circa un’ora di auto da Firenze, vicina a Santa Croce sull’Arno, il cuore produttivo della pelle in Italia, e ad un tiro di schioppo da Vinci, città natale di Leonardo. Troy mi accoglie alla porta del suo appartamento all’ultimo piano di un palazzo d’epoca indossando un chip Arduino sul petto, stile Iron-Man, con in braccio suo figlio di 9 mesi. La vista è fantastica e la conversazione verte sulla domanda che avevo in mente dal momento in cui abbiamo fissato il nostro appuntamento: “Perché (diavolo) Fucecchio?”

Dal Wyoming a Fucecchio

“Fucecchio? Gli hacker nascono proprio in posti come questo!” esclama Troy. Inizio a capire che la distanza dal Wyoming a Fucecchio non è ampia come quella che divide il Wyoming da New York, dove Troy ha frequentato l’Università (fashion design), decidendo in seguito di trasferirsi a Firenze per potersi avvicinare agli stilisti e alle case produttrici di moda. Ci spiega che:

“New York è un posto eccezionale dal punto di vista accademico, per il design, per gli investitori che possono aiutarti una volta terminati gli studi, per capire come gira il mondo e incontrare persone di tutto il mondo, ma i maker hanno bisogno di un contesto tranquillo per realizzare i loro oggetti. Nella Grande Mela ci sono feste tutte le sere. Un posto perfetto quando hai già tanti progetti pronti, ma se devi ancora realizzarli sei costretto a vivere altrove. La Toscana è il luogo perfetto! Ci sono tanti siti produttivi per realizzare i tuoi prodotti: io vivo nel distretto della pelle, con circa 400 aziende nel raggio di 2km. Se voglio tagliare al laser mi basta attraversare la strada. E in Toscana le persone con cui stai realizzando le tue cose vivono qui, fanno colazione con te, la mattina si parla insieme di tecniche di fabbricazione e non sembra di lavorare ma di discutere appassionatamente di un tema che sta a cuore ad entrambi. Ironia della sorte, questo posto sembra l’ultimo al mondo in cui trovare designer di wearable technology ma Silvio Campilli (ndr di Grado Zero, che ha lavorato per i piloti della NASA e della Formula 1) vive in fondo alla strada.”

Anche Troy Nachtigal è un designer di wearable technology (tecnologia indossabile). Per i neofiti, ho chiesto una definizione di questo ambito: “l’integrazione di tecnologia nei vestiti e negli accessori che si indossano”. La nascita della sua vocazione in questo ambito è nata nel Wyoming a circa a sette anni e Troy la ricorda così:

“Quando ero piccolo mi piaceva cucire: realizzavo camicie per il mio orsetto da quando avevo 5 anni. Mia mamma temeva che rompessi la sua sofisticata macchina da cucire dunque mi ha comprato una macchina da cucire personale come regalo di compleanno a dicembre. Poi a Natale è arrivato un altro regalo: mi venne diagnosticata la dislessia e i miei genitori mi comprarono un computer.”

Il computer, se proprio volete saperlo, era un Apple II. Ricevuti nello stesso istante, gli strumenti prima inscatolati sono stati messi sullo stesso tavolo. Ambiti che molti vedono come distinti, per Troy sono stati uniti a doppio filo sin dal primo momento. Le poche opportunità per i ragazzi della provincia americana del tempo erano offerte dalle associazioni giovanili locali. I suoi compagni di classe erano attratti dal gruppo di allevamento di animali ma, essendo poco incline alle mucche, Troy era entrato nel gruppo del cucito (insieme ad un altro ragazzo). Su internet, Troy aveva visto dei vestiti che desiderava ma non riusciva a trovare nei dintorni, perciò li produsse. Entrò anche nel gruppo di computer e alle scuole medie costruiva macchine telegrafiche con 555 circuiti basati su protocolli di comunicazione.  Stava imboccando la china pericolosa che l’avrebbe portato a diventare un tecno-maniaco.

Dopo aver terminato la scuola a New York, Troy si è trasferito a Firenze dove si è fatto le ossa lavorando al fianco dell’Head Designer di Emilio Cavallini, una società specializzata in maglieria super-trendy (calze e collant). Esperienza che ha posto le basi per la sua collaborazione con Riccardo Marchesi di PlugandWear (leggi il nostro articolo sul kit in vendita sullo store Arduino), di cui Troy dice: “è un ingegnere ma conosce anche la moda – ecco perché andiamo d’accordo.” La loro ricerca si è focalizzata più tardi nella fabbricazione di sensori tessili a basso costo, integrando la tecnologia nei tessuti piuttosto che aggiungendola in seconda battuta. Sono stati fatti progressi creando un sottile filo rivestito (con appena due atomi di argento) che conduce elettricità senza alterare le caratteristiche originarie del materiale.

Prototipi di Wearable Technology (Technologia Indossabile)

Oggetti 3D e tessuto conduttivo

Troy mi ha parlato di tanti progetti affascinanti mostrandomi alcuni prototipi presi dal suo studio per farmi ‘toccare con mano’ le sue idee.  Molti mi sembravano soltanto dei fili che spuntavano qua e là. Alla mia domanda sull’aspetto ‘non finito’ di tante cose, Troy mi ha risposto con una metafora:

“Fare Wearable Technology è come provare a costruire una casa trasparente che, però, ha bisogno di mattoni dunque occorre far realizzare prima dei mattoni trasparenti.”

Il processo è lungo. Troy lavora in questo ambito da dieci anni, quando le materie prime non erano ancora disponibili sul mercato.  Ecco perché è nata l’attività di ricerca con Marchesi e la collaborazione con le aziende locali… per costruire i mattoni di vetro dell’industria della Wearable Technology.  Mattoni che tendono a rompersi: si tratta di circuiti morbidi che devono essere lavorati con attenzione per sviluppare sistemi che non si rompono. Ci sono state alcune piccole vittorie, ma i primi frutti vedranno la luce nei prossimi cinque anni.

Ho chiesto di vedere alcuni di questi ‘frutti’. Troy mi ha portato tre prototipi, due dei quali sono lavori recentissimi, che descrive in questo modo:

Clip per arduino - in vendita su MakeTank!

“Nel fine settimana ho realizzato un gancio per tenere i chip Arduino in qualsiasi tipo di tessuto. Il modello Leapfrog tiene l’Arduino Lilypad mentre l’Easel tiene il chip Leonardo. Se li attaccherai alla tua maglietta assomiglierai ad un drone controllato da un computer ma di fatto si tratta un gancio per tenere il chip in qualsiasi indumento, dato che nella progettazione ho considerato la lavabilità e la possibilità di rimuovere l’elettronica. L’ispirazione è stata il Pop Swatch.”

jump jacket

jump jacket

“La giacca da salto: un giubbotto per motorino (mutato da una giacca per moto) che si accende in modo diverso se acceleri, giri a destra o a sinistra e lampeggia se freni, usando un accelerometro. Alcuni amici hanno avuto dei gravi incidenti in moto perciò ho pensato a quest’oggetto per aumentare la sicurezza stradale. Si chiama giacca da salto perché funziona anche se salti su e giù, come in discoteca.”

Intelligent slippers (prototype)

“Queste pantofole intelligenti sono prototipi di scarpe che capiscono come cammini. La Nike ha prodotto qualcosa di simile ma per atleti. Volevo qualcosa che per monitorare e adattarsi al modo di camminare delle persone comuni – per renderle eleganti o alternative o come preferiscono. Ho utilizzato dei sensori tessili economici per analizzare il modo in cui tocchi la terra, illuminando la parte superiore e dando diversi effetti visuali a seconda del tipo di camminata. Il tutto integrato in un feltro con bellissimo disegno realizzato col taglio laser (ma sto lavorando alla versione in cuoio).”

Commercializzazione e Collaborazione

OK, questi sono alcuni concetti originali, ma perchè non vendere davvero questi prodotti? Troy ci illustra alcuni problemi che ha avuto e capisco che probabilmente a molti Maker possono presentarsi le stesse criticità: “E’ stato difficile commercializzare wearable technology e progetti open-source a causa della marcatura CE (Conformità Europea ndr). Ho cercato di acquisire (o di vendere?) componenti da SparkFun into ma non ci sono riuscito ancora ad ottenere un prodotto full-on. I problemi sono: marketing, far capire alla gente cosa sono e come funzionano i prodotti e la regolamentazione.”

C’è una speranza per il futuro: Nike sta lavorando molto sulla wearable technology e Apple sta assumendo numerosi specialisti del settore. E’ solo questione del tempo necessario perché inizino a produrre qualcosa. Questo aumenterà la consapevolezza sulla materia e, allo stesso tempo, farà scendere il costo dei componenti, elementi che Troy vede come opportunità piuttosto che minacce.

Questo approccio basato su apertura e condivisione ha portato a Troy alcune collaborazioni interessanti. E’ stato recentemente invitato a partecipare al progetto Fendi: “Fatto a mano per il futuro”, in cui sono stati dati agli artigiani materiali e tempo per realizzare prototipi che prima sono stati esposti in alcuni negozi e poi nel museo Fendi di Roma. Troy ha realizzato una serie di lampade rivestite di pelle a marchio Fendi con uno strato di sensori tessili integrato sotto la pelle che fornisce diversi tipi di reazioni. Collaborazioni con grandi aziende come questa sono importanti per i Maker? Troy risponde:

“Per quello che posso dire i grandi marchi sono soliti rivolgersi ai maker, in particolare ai maker open source. Prendi Massimo Banzi [di Arduino ndr]: le aziende vanno da lui per chiedergli di realizzare grandi installazioni in tutto il mondo, in aeroporti, negozi, spazi pubblici. Che sia importante o meno come Maker farlo – e farlo per denaro è interessante – è importante per le aziende stare al passo dei maker: noi facciamo sognare ed incuriosire la gente, mostriamo cose che non avevano mai visto prima.”

Maker in Italia

Troy è in tutto e per tutto un Maker italiano, sebbene sia ‘straniero’. Condivide gli stessi valori dei Maker di questo paese e la loro geografia, ma ha una vista privilegiata del settore, del paese e dei suoi problemi. “Questo paese ha capacità produttiva ma manca di una classe imprenditoriale che la metta in pratica” afferma Troy. Dopo aver lavorato come grafico al terzo turno a New York, davvero la città che non dorme mai, propone un modo perché le imprese italiane possano sopravvivere che è quella di permettere ai Maker di usare i loro macchinari come secondo turno per produrre manufatti non in concorrenza con la loro produzione. L’Italia, e la Toscana in particolare, hanno i luoghi, le competenze e la tecnologia per innovare ma scarseggiano di vera innovazione e degli investimenti correlati.

Infine MakeTank ha posto a Troy due domande che faremo a tutti i nostri intervistati augurandoci che anche i lettori rispondano:

Quale dovrebbe essere la priorità dei Maker italiani adesso?

“Pubblica i tuoi progetti su Internet in modo che la gente possa trovarti.”

Un ultimo consiglio.

“Non far marcire le tue idee. Se è solo nella tua testa e non sul tavolo, l’idea è marcia.”

Con un approccio così positive, Troy è destinato al successo.

Dai un’occhiata ai prodotti di Troy in vendita su MakeTank e la sua breve video-intervista.

 

Leave a reply